I nostri ricordi

La raccolta di figurine…
La prima raccolta  l’album dell’ Unita’ di Italia ( 1961)  (clicca qui)
Le  figurine animate del  
formaggino MIO ( clicca qui )

Quando si andava alle elementari …

il giovedi si era a casa
avevamo la blusa o il grembiule nero con il colletto bianco , eil fiocco blu o rosa
al pomeriggio si rimaneva al dopo scuola ( facoltativo)
avevamo due libri : il sussidiario ( geografia , storia , matematica , ecc)  e il libro di lettura
le classi erano maschili e femminili , raramente miste
c’era la refezione

I maestri :
maestro Sirtori
maestra Barlassina Elisa
maestra Galbiati
maestro Tornaghi , per canto e musica

cosa ci piaceva?
cosa desideravamo?

La TV dei ragazzi alle 17,30 :

Rintintin
Penna di Falco
il cartone Pauwaoh
Robi e quattordici e la gallina TricTrac
La nonna del Corsaro Nero
Zorro
Non e’ mai troppo tardi

Enciclopedie :
Conoscere
Lecento citta’

Io sono nata a Novara … ( Gabriella )

Avrei potuto nascere in chissà quanti altri posti, con mio padre sempre in trasferta, ma quando io nacqui per un po’ mio padre non si mosse.

Abitavo in un quartiere popolare, periferia della città.

I treni della ferrovia Nord passavano sotto casa, di solito tre vagoni. Mi ricordo il loro suono da bambina, io correvo alla finestra, dicevo mamma mamma passano i magoni.

Mia madre correggeva, non si dice magoni, ma io chissà se già allora, se già da piccola guardavo i treni partire con il senso di solitudine e malinconia che prende chi rimane e vede gli altri partire.

Non andai mai all’asilo. I miei ricordi partono dai tre anni, una specie di foto sbiadita, io che corro per le scale incontro a mia madre di ritorno dall’ospedale….arrivava la mia sorellina, la cui presenza accettai con non poche difficoltà. Non ero stata preparata e non solo…la mia nonna paterna che viveva con noi mostrò subito un particolare attaccamento a lei, e questo contribuì a confondere ancor di più il mio nuovo equilibrio affettivo.

La nostra vicina di casa era Mara, una robusta e coraggiosa signora toscana. Aveva un marito dal carattere bizzoso e bizzarro, che dipingeva come hobby. Quando io potevo uscire da casa entravo da Mara, la porta era sempre aperta, mai chiusa a chiave. Respiravo l’odore forte della trementina, dei colori ad olio, e stavo per ore incantata guardare Vincenzo dipingere, mescolare i colori sulla tavolozza, dare forma a paesaggi, alberi, case, larghe distese pianeggianti, un mondo incantato e lontano, paesaggi toscani o liguri, perché il marito di Mara era genovese.  Dipingeva il mare, il mare che io non sapevo cosa fosse, ed io bevevo con lo sguardo ed immaginavo…

Nei lunghi pomeriggi passata quasi senza fiato ad osservare nasceva in me lentamente la passione per tutto ciò che è colore, che è sfumatura, che è sapiente miscelare le tonalità, i chiaroscuri, la profondità….

I profumi del minestrone si confondevano con quelli delle tele fresche, appoggiate ai muri; io li guardavo come un’innamorata che sa che presto l’amato partirà…il signor Vincenzo li vendeva, per sbarcare meglio il lunario, che la vita allora era parecchio difficile.

Spesse volte Mara veniva da mia madre, gli occhi arrossati, ed io pensavo fossero le cipolle sbucciate in cucina, qualcosa passava dalle mani di mia madre alle sue, e lei nascondeva presto nel grembiule…erano soldi, che lei rendeva puntualmente a mia madre, con lo stesso movimento, incomprensibile a me bambina.

Andavo a scuola accompagnata dalla mamma, il grembiulino nero, e certe orribili scarpe che vedo nelle vecchie foto. Ricordo poco della mia prima elementare, o della seconda….solo Bruno, il mio compagno preferito, che era orfano di padre. Suo papà guidava gli aeroplani, ma quelli dell’esercito, aveva avuto un incidente, e non era più tornato a casa.

Bruno portava anche lui quel grembiulino nero, e aveva certi occhi azzurri limpidi, chiari, un po’ persi, faceva tenerezza.

Davanti alla scuola il negozio della signorina Vasori. Lei vendeva di tutto, ma specialmente caramelle in contenitori di vetro chiusi che lei apriva di volta in volta…noi andavamo là con le nostre 5 lire, ci affollavamo intorno al bancone e lei con occhi da camaleonte osservava le mosse di tutti, che qualcuno non si avvicinasse troppo e cercasse di afferrare qualche liquirizia in più..

Le caramelle erano gommoni (i più cari) e poi le liquirizie, e c’erano le cicche, di un colore rosa sbiadito che ti si appiccicavano dappertutto.  Più avanti il gelataio, dove correvamo d’estate;  ricordo come se fosse ora l’insegna dei gelati Motta….c’era un odore di fresco dentro, inconfondibile…io potevo comprarmi una pallina sola, invariabilmente…e per farla durare di più la mangiavo piano piano…il risultato, sempre lo stesso, il gelato colava giù per la mano, e fino al gomito.

I nostri giochi molto semplici, in un cortile piccolo e sterrato, palla avvelenata, nascondino, o certe tiritere lunghissime, che fungevano da conta per stabilire chi doveva star sotto.

Era un mondo ordinato, preciso…ma quando io compii otto anni mio padre partì per la Russia, una trasferta per la Montedison, andava a lavorare per la costruzione di una fabbrica che producesse materie plastiche.

Ricordo il giorno che la mamma lo disse a me e Tiziana, io fissavo il muro sgomenta, la Russia. Ero atterrita, quanto era lontana, la Russia?

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